26/07/2010
Il Bottaccio.

Concorso Nazionale di Poesia

"Il Bottaccio"

Circolo ricreativo Leonardo da Vinci

edizione

REGOLAMENTO

-Art. 1-

Il concorso di poesia è aperto a tutti gli autori italiani e stranieri che abbiano compiuto diciotto anni di età e si articola in due sezioni:

 

Sezione A - Poesia inedita in lingua italiana a tema libero (saranno accettati testi in  versi liberi  in metrica o vernacolo);

 

Sezione B - Poesia inedita giovani in lingua italiana a tema libero. A questa sezione potranno partecipare coloro che alla data del 30/9/2010 non abbiano compiuto il trentesimo anno di età; al ritiro del premio verrà richiesta l’esibizione di un documento di identità.

 

-Art. 2-

Ogni autore può inviare fino a due opere in lingua italiana, ciascuna non eccedente 35 versi. Per le diverse caratteristiche delle sezioni indicate, ogni autore può partecipare ad una sola delle due sezioni. Le poesie dovranno essere battute a macchina  o compilate al computer.

 

-Art. 3-

I testi dovranno essere inviati in numero di cinque copie di cui quattro senza nessun dato identificativo. Una copia oltre al testo poetico dovrà contenere le generalità, l’indirizzo postale, il telefono, se possibile l’indirizzo e-mail, la dichiarazione che l’opera è frutto del proprio estro creativo e la propria firma.

 

-Art. 4-

I partecipanti devono far pervenire le proprie opere tramite posta al Circolo ricreativo “Leonardo da Vinci” via Bonellina n. 233  51100 Pistoia - entro il giorno 30 Settembre 2010, unitamente al bollettino di pagamento e alla scheda di adesione firmata  (per eventuali ritardi farà fede il timbro postale). Per informazioni potete visitare il sito web del circolo www.arcibonelle.org  contattare il responsabile del concorso  Nicola Giudice al numero 3382629078, o inviare una e-mail  al nostro indirizzo di posta elettronica a stefano.gargini.g454@alice.it oppure a info@arcibonelle.org. Ogni autore è responsabile dell’originalità delle opere inviate e del loro contenuto.

 

-Art. 5-

Gli autori per il fatto stesso di partecipare al concorso, cedono al Circolo ricreativo Leonardo da Vinci di Bonelle, il diritto di pubblicare le opere partecipanti su eventuale antologia del premio o nel sito internet, senza aver nulla a pretendere come diritti d’autore. Le  poesie inviate non saranno  restituite e la partecipazione al concorso implica l’accettazione di tutte le clausole del presente regolamento e la tacita autorizzazione alla divulgazione del proprio nominativo e del premio conseguito su quotidiani, riviste culturali e siti web.

 

-Art. 6-

A copertura delle spese di segreteria è previsto un contributo da parte di ogni autore di €13 (tredici) che dovranno essere versate sul conto corrente postale n. 82391590  intestato a Nicola Giudice, Via Bonellina 316 – Pistoia, indicando come causale la partecipazione alla 4° edizione concorso poesia “Bottaccio”.

 

-Art. 7-

La premiazione avverrà il giorno sabato 6 novembre 2010 alle ore 16,00 a Bonelle presso il circolo ricreativo “Leonardo da Vinci” alla presenza dei dirigenti del circolo e autorità cittadine. Tutti i partecipanti al concorso sono invitati alla cerimonia.

 

-Art. 8-

Le opere saranno valutate a giudizio insindacabile e inappellabile della giuria.

 

-Art. 9-

Premiazione. Gli autori finalisti saranno avvisati in tempo utile con lettera o telefonicamente.

 

Per la sezione A del  premio:

I° classificato premio di € 500;

II° classificato premio di € 300;

III° classificato premio di € 200.

Sono previste targhe di riconoscimento e  menzioni d’onore .

 

Per La sezione B del premio:

I° classificato premio di € 300

II° classificato premio di € 200

 

I premi delle diverse sezioni non sono cumulabili

A tutti i  premiati che parteciperanno alla cerimonia conclusiva verrà inoltre offerta la cena all’interno delle strutture del Circolo.

Ai primi tre classificati della sezione A e ai primi due classificati della sezione B per il giorno 6 Novembre 2010  verrà offerto un pernottamento per due persone.

La giuria potrà avvalersi  della facoltà di aumentare i premi sopra menzionati.

 

Per l’organizzazione

                          Nicola Giudice

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

 

 

INFORMATIVA

 

In relazione agli art. 13 e 23 del D.lg n. 196/2003 recanti disposizioni a tutela delle persone ed altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali, vi informiamo che i vostri dati anagrafici, personali ed identificativi saranno inseriti e registrati nell’archivio del Circolo ricreativo “Leonardo da Vinci” ed utilizzati esclusivamente ai fini inerenti il concorso cui in epigrafe. I dati dei partecipanti non verranno comunicati o diffusi a terzi. L’interessato potrà esercitare tutti i diritti di cui all’art. 7 del D.lgs 196/2003 e potrà richiederne gratuitamente la cancellazione o la modifica scrivendo al “Responsabile del trattamento dei dati personali del Circolo ricreativo “Leonardo da Vinci” Via Bonellina n. 233  51100 Pistoia.

 

 

Firma ……………………………………………

 

 

 

Scheda di partecipazione alla 4° edizione Concorso di Poesia “Bottaccio” circolo ricreativo Leonardo da Vinci.

 

 

 

 

Il sottoscritto                                                                                               nato il                                                                               

 

A                                                        residente in                                       Via                                                                              

 

Tel                                                     e-mail                                                              

 

chiede di partecipare al concorso sopraindicato accettandone il bando. Dichiara di accettare il giudizio insindacabile dell’organo che effettuerà la valutazione delle opere; autorizza la eventuale pubblicazione delle opere  senza nulla chiedere alla stessa organizzazione del premio; esprime il proprio consenso alla trattazione, comunicazione e diffusione dei dati personali rilasciati in data odierna per gli usi interni dell’associazione e per tutte le iniziative da essa proposte, ai sensi della L. 675/96 , con particolare riferimento agli art. 11 e 20 del dec. Leg. N. 196 del 30/06/2003

 

N.B. Nella busta chiusa, oltre alle opere con l’indirizzo e i dati anagrafici, dovrà essere inserita la ricevuta del versamento effettuato.

 

 

Firma----------------------------------------------------

 

 

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26/07/2010
Il Bottaccio.
Bonelle, sabato 7 novembre 2009
 

L’Auditorium del Circolo ARCI di Bonelle, nonostante il periodo di necessaria austerità, è accogliente e dignitoso, adornato in ogni lato da piante e fiori sgargianti, donati da “L’Associazione internazionale produttori del verde” di Moreno Vannucci e, alle pareti, fanno bella mostra di se le pitture degli artisti pistoiesi: Vinicio Giacomelli (Giavin) e Peppino Biagioli. Alle 17,20 le poltroncine rosse della sala sono tutte occupate, tant’è che ne vengono disposte altre; qualcuno è costretto a restare in piedi e tra questi notiamo la presenza dell’Architetto e scrittore viareggino Stefano Carlo Vecoli. L’Assemblea inizia con la proiezione dei film (girati e montati da Marco Bartolomei e Alessandro Tosi) entrambi ispirati al libro di Mauro Meschini “Quel giorno di inizio estate”, presentato a settembre proprio in questa stessa sala, per ricordare la staffetta partigiana Modesta Rossi: contadina, cuoca, animatrice, staffetta, portatrice di armi e sorrisi, che il 29 giugno del 1944 fu trucidata a colpi di pugnale da nazisti e fascisti assieme al figlioletto che teneva ancora al seno. La Cerimonia vera e propria viene introdotta dal coordinatore del Club culturale “La Viaccia” Nicola Giudice e dal saluto della giovane Presidente del Circolo Enrica Fragai. Immediatamente dopo la sala si inonda della musica Folk e Blues del chitarrista e cantante Tommaso Tempestini e dalla calda e straordinaria voce della giovanissima Matilde Moretti, successivamente il saluto delle autorità presenti: l’Assessore alle politiche sociali del comune di Pistoia Rosalia Billero e l’Assessore alla cultura della provincia di Pistoia Chiara Innocenti.

Nicola Giudice, Enrica Fragai e Stefano Gargini

 

La Cerimonia è condotta da Giuseppe Grattacaso che da inizio alla premiazione, intervallata dalla musica di Matilde e Tommaso; le prime ad essere premiate sono le poesie segnalate dalla giuria ai presenti Loriana Capecchi e Andrea Bonfiglio; successivamente le poesie vincitrici del Premio (declamate dalla poetessa Lalla Calderoni e da Moreno Fabbri): la seconda classificata della categoria giovani “Ne avevamo già parlato” di Carola Centi; e la prima (sempre della categoria giovani) “Suggestioni” di Riccardo Schina. Quindi la sezione A con la terza classificata “Anche per noi quegli anni ebbero sogni” di Giovanni Caso; la seconda “Frègoe de pan vècio” (Briciole di pane vecchio) di Luciano Bonvento, declamata in dialetto dallo stesso autore, che conferisce ancora più musicalità al testo; infine la prima classificata “Sperimentando gli appigli, i piccoli oggetti, i cimeli” di Domenica Mauri, declamata dal poeta pistoiese e Presidente della giuria Giacomo Trinci. È andato tutto per il meglio e di questo siamo grati a tutti i poeti convenuti, giunti dalle città di Rimini, Rovigo, Salerno, Torino e Livorno. Un ringraziamento a tutti i componenti della giuria (ognuno dei quali ha visionato circa centottanta testi) per la serietà del lavoro svolto, ed in particolare a Giuseppe Grattacaso e Giacomo Trinci che, con i loro consigli e la loro esperienza, hanno permesso che tutto si svolgesse nel migliore dei modi.

 Stefano Gargini

Giovanni Caso, Nicola Giudice, Domenica Mauri, Luciano Bonvento, Riccardo Schina, Loriana Capecchi e Stefano Gargini

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10/11/2009
Il Bottaccio.

 

La giuria del III Concorso Nazionale “Il Bottaccio” (ampia e qualificata) composta da: Aiuti Giampaolo, Bisconti Giuliana, Calderoni Lalla, Carlesi Marco, Cenerini Giovanni, Gargini Stefano, Gemelli Anna, Grattacaso Giuseppe, Moretti Mauro, Niccolai Alda, Scarpa Donata e Trinci Giacomo rende note le poesie vincitrici e quelle segnalate del III Concorso nazionale “Il Bottaccio” di Bonelle.

 

SEZIONE A

 

1° classificata - “Sperimentando gli appigli. I piccoli oggetti. I cimeli” di Domenica Mauri

2° classificata -  “Frègoe de pan vècio (Briciole di pane vecchio)”       di Luciano Bonvento

3° classificata -  “Anche per noi quegli anni ebbero sogni”                   di Giovanni Caso

 

SEGNALATE

 

“Altro non è che un lunario”                          di Benito Galilea

“La via della seta”                                           di Giovanna Carradori

“Stamattina, ancora una morte in cantiere” di Anna Maria Cardillo

“Uno spezzato girotondo”                              di Loriana Capecchi

“4/11/1944”                                                       di Alessandro Bertolino

 

SEZIONE B (giovani)

 

1° classificata “Suggestioni”                    di Riccardo Schina

2° classificata "Ne avevamo già parlato" di Carola Centi

 

SEGNALATE

 

“Senza titolo” di Angelica Bellabarba

“Varsavia”      di Andrea Bonfiglio

 

 

MOTIVAZIONI SEZIONE A

 

 

1° classificata

 

"SPERIMENTANDO GLI APPIGLI"

di

Domenica Mauri

 

La poesia si regge sopra un'abile, attenta costruzione figurativa di derivazione fra crepuscolare e post-moderna; su questa consapevolezza linguistica si forma il racconto preciso di un' autobiografia scandita a colpi di flash, intermittenze di oggetti, appigli di una memoria prensile e parsimoniosa, attenta e golosa, insieme.

Notevole è la sicurezza con cui il dettato si svolge nelle sue configurazioni.

 

SPERIMENTANDO GLI APPIGLI. I PICCOLI OGGETTI. I CIMELI

 

Sperimentando gli appigli. I piccoli oggetti. I cimeli

di giorni memorabili o ordinari.

Aprendo i cassetti. Quei vecchi raccoglitori

un po’ disfatti.

Allineando sorrisi. Sfogliando le foto

di chi si è messo diligentemente in posa.

 

Battesimi. Gruppi scolastici.

La prima comunione con le mani giunte.

In grembiule scuro mentre si scrive

una data alla lavagna.

Il bianco e il nero che sfumano

nel giallo di una carta troppo a buon mercato.

 

Sguardi costantemente rivolti all’obbiettivo.

Seguendo con scrupolo le istruzioni del caso.

Dentature in vista. Provvisorie e poi definitive.

Dati sulla conformazione corporea.

L’ossatura. La salute. L’alimentazione.

Le ascendenze.

Le somiglianze.

 

Niente scatti a sorpresa soprattutto.

Parsimonia.

Attenta considerazione dei costi.

Quale fotografo.

Le circostanze.

Dunque le dimensioni dell’immagine.

Tutto ciò che si può sapere.

 

 

2° classificata

 

"BRICIOLE DI PANE VECCHIO"

di

Bonvento Luciano

 

La poesia vibra di una musica antica con parole che sanno entrare dentro l'anima con una fragranza vera. Il pane vecchio di cui si canta in questo componimento forma la sostanza di un tempo che ritorna con violenta dolcezza, come a rendere fertile il nostro spento presente. Elementi di una quotidianità che diventano metafora di un annuncio, di un proustiano ritrovamento.

 

FRÈGOE  DE PAN VÈCIO

 

Frègoe de pan vècio

restà drènto ‘na toàja,

catà stronfagnà tò ‘na cassa in sofita.

Chee ‘tòrna

fiòle del vento e de la tèra,

a ricordarme la belèza di ani in erba

de ‘na cèna poarèta sui zènoci.

Frègoe de pan vècio

chee me disegnava la strada di sogni

su l’andàre de l’àcqua di fòssi,

tra i colori e i profumi di canpi

o tel spetàre dedrìo d’on vero

che smetèsse de piòvare

pa’ vèdare l’arcobaèno.

Frègoe de pan vècio

sue man chee trema

cofà la me anima, òmbre d’infanzia

del tenpo libaro de credare

‘dèsso tel cuore restà putìn.

Frègoe de pan vècio

che me càto ti òci

cofà stèle catà al fio di pensieri

chee ‘tòrna a vivarme drènto

cò paròe vere.

 

 

BRICIOLE DI PANE VECCHIO

 

Briciole di pane vecchio

rimaste dentro una tovaglia,

trovata sgualcita in una cassa in soffitta.

Che ritornano

figlie del vento e della terra,

a ricordarmi la bellezza degli anni giovani

d’una povera cena sulle ginocchia.

Briciole di pane vecchio

che mi disegnavano la strada dei sogni

sull’andare dell’acqua dei fossi,

tra i colori e i profumi dei campi

o nell’attendere dietro un vetro

che smettesse di piovere

per vedere l’arcobaleno.

Briciole di pane vecchio

sulle mani che tremano

come la mia anima, ombre d’infanzia

del tempo libero di credere

ora nel cuore rimasto bambino.

Briciole di pane vecchio

che mi ritrovo negli occhi

come stelle appese al filo dei pensieri

che ritornano a vivermi

dentro con parole vere

 

 

3° classificata

 

"ANCHE PER NOI QUEGLI ANNI EBBERO SOGNI"

di

Giovanni Caso

 

Il componimento è perfettamente bilanciato fra i due tempi di un passato e di un presente incarnato da oggetti, presenze, figure che ne riempiono lo spazio, ha una struttura solida e sicura. L'evidente predominio di un endecasillabo forte e scandito significano il raggiungimento di un equilibrio fra racconto e trasfigurazione lirica e della loro sapiente relazione

 

ANCHE PER NOI QUEGLI ANNI EBBERO SOGNI

 

Anche per noi quegli anni ebbero sogni,

per il paese strepitii di ruote,

il ferro che bruciava nelle oscure

fucine, l’aspro odore del carbone

rovente, e le faville, il caldo volo

di stelle d’un istante.

 

A seminare

la terra non bastavano due braccia,

l’orcio seccava dopo pochi sorsi,

la fronte a solchi aveva cento lune.

Tra siepe e siepe il riso di fanciulle

addolciva l’autunno, a braccia nude

ai rosseggianti pampini. Sfrecciavano

uccelli d’oro.

 

Ora il paese intona

altre armonie, un sillabare lento

di giornali lasciati alle panchine,

fuggenti moto. L’onda della folla

passando ignora il vento, ognuno un guizzo

da portare, chissà, oltre il pensiero.

 

La terra ha sterpi di passate estati,

un intreccio di rovi. E ci somiglia

quell’abbandono, è come il bianco corpo

che portiamo al tramonto, forse incerti

agli incroci, non più radici dure

avvinghiate alla zolla. E né più seme

squarcia il maggese e né più sentimento

veramente s’avventa dentro il cuore.

 

SEGNALATE DALLA GIURIA SEZ. A

 

LA VIA DELLA SETA

 

La via flessuosa della seta

traccia corolle di rose blu,

 

fugge verso splendidi ciliegi in fiore

fra cristalli di neve a primavera,

 

 

rosse pagode e paraventi avorio,

visi di geishe imbiancati per tacere

 

 

nella rassegnazione di ciò che muore

senza far rumore, alla luce dell’oblio.

 

Braccia tese alla calma del silenzio

assorbono sul palmo della mano

 

il sapore mite d’immagini soffuse

struggenti e già vissute

 

nel loro disvelare

il ricordo di un segreto.

 

Piange il cielo la sua neve

per consolare perdite imprendibili:

 

il niente fatto sogno e mai sognato

e quanto splendore sia nello svanire.

 

Se nessuna cosa in noi prevale,

 

lieve il dolore si dileguerà.

 

Carradori Giovanna

 

 

STAMATTINA, ANCORA UNA MORTE IN CANTIERE

 

Hanno detto di te

che sei morto stamane

alle sette, in silenzio

venuto giù da quei pali

che aspettano un sole

ancora a quell’ora assopito

nella nebbia rafferma

di un paese qualunque del nord

dove vivono i ricchi

e neanche un amico.

E che l’unico grido

che ha fatto da eco al tuo volo

è stato l’abbàio spaurito di un cane,

venuto, curioso,

a leccare quel sangue

che copriva il tuo viso

d’un altro colore.

 

Hai lasciato di te poco ancora:

un nome straniero, mai scritto

in nessun libro paga,

e una misera branda disfatta,

dove dare il sapor dei ricordi

ad un pezzo di pane e una birra

perché per i sogni,

a doverli comprare,

non avevi denaro,

né giorni abbastanza.

 

Anna Maria Cardillo

 

 

 

4/11/1944

 

Erano giorni che non sentivo un gallo cantare:

di sicuro un fuggiasco come noi

(volentieri altrimenti trasformato

 da sveglia a colazione); ma non è la fame

                di questi tempi la peggior nemica.

 

Rinaldo fuori ha quasi terminato il turno:

è toccato a lui vegliare.

So bene anch’io quant’è difficile

tenere gli occhi aperti la notte

nel bosco, distinguere il fruscio

del capriolo dal passo del soldato,

il fiato della lepre dal rantolo

del cacciatore d’uomini.

 

Ecco la nostra sorte: prede.

Quante cascine abbandonate

ancora visiteremo con le armi,

pregando che nessuno,

nascosto, gridi: “Halt, banditen!”?

quanti ragazzi come noi tremanti cattureremo?

 

Ma inizia ad essere già tardi, sebbene sia

soltanto l’alba bisogna muoversi,

spostarsi verso un altro rifugio.

 

Domenico ha scaldato il surrogato di caffè,

sento il profumo e infatti il suo accento siciliano,

sottovoce mi sta arrivando: “Fofò, il caffè!...”

 

I primi raggi tra i faggi sfidano la foschia

e scendono a intiepidire Cantalupa:

svegliati all’improvviso dal

crepitio lontano delle mitragliatrici

(“provengono dalla baita abbandonata”

dicono, sicuri e mesti in volto, alcuni vecchi),

anime martoriate e demoni uncinati

si preparano ad affrontare di nuovo

un freddo mattino di novembre.

 

Alessandro Bertolino

 

 

 

 

ALTRO NON È CHE UN LUNARIO

 

Non voglia il vento più confondere

le orme, non voglia il mare

lasciarmi andare un’altra volta.

 

Sulle colline dalle aie terse, la mia terra

nasconde i figli e li lega ai cieli

delle tane, tra ciliegi e ulivi, ancora

la veste delle donne a fianco dei pagliai

con odore di pane e finocchio selvatico.

 

Nient’altro ho mai desiderato

più di questa terra, nient’altro nelle notti

sull’isola dei nidi dove l’uomo dai capelli

bianchi beveva vino senza guardarmi.

 

Sradicato, con le mani giunte, per me

la terra diventava voce e liete le stagioni

passavano sul petto rivisitando i cento

fiumi della mia gente, da ciotola a ciotola.

Si viveva come i poeti accanto al fiasco,

aggrappati a verdi mensole di sogni.

 

Brani impareggiabili rigenera il tempo

tra il fitto parlottare dei sentieri, lontano

il nibbio a fecondare in pace tra i canneti.

 

E la mia anima è una strada solitaria

dove più volte apparve il volto di mia

madre col mestolo a mezz’aria, la nostra

casa che sembrava un lago dai tre lati

dell’orto, la sera che bruciava sui limoni.

 

Forse più non saliremo alla terra dei vecchi

per guardare mungere le capre coi zapponi in alto,

forse la stagione delle parole nascoste

altro non è che un lunario

staccato dai margini del cielo.

 

Benito Galilea

 

 

UNO SPEZZATO GIROTONDO

 

Che leggono, dimmi,

i bimbi africani che grandi hanno gli occhi?

 

Leggono fughe di uccelli e di nubi

verso distesi orizzonti.

Lontani.

Vedono madri chiuse in neri scialli

a consumare il tempo del dolore

le mani vuote scese lungo i fianchi.

E affidano preghiere a un aquilone

a un’ala di farfalla

a un girotondo

che l’innocenza veste del suo canto.

Portano mani all’acqua del ruscello

per ingannare i morsi della fame

o giocano coi sassi da lanciare

a un cielo che li osserva e a sera scende

fedele a ricoprirli col suo manto.

Voci di guerre

clamori

ed intanto

mine antiuomo i fanciulli non sanno

né il lampo di granata che li cinse

nel fulgore ingannevole di stelle.

Ma quanti girotondi ha da spezzare

ancora il potere vestito da agnello?

All’urlo di madri rispose il silenzio.

 

Perdono e condanna

quegli occhi di bimbi che stretti ad un cerchio

ancora una volta cercavano il cielo.

 

Loriana Capecchi

 

SEZIONE B (giovani)

 

1° CLASSIFICATA SEZ. B (giovani)

 

“SUGGESTIONI”

di

SCHINA RICCARDO

 

La lirica evidenzia una matura consapevolezza linguistica, che si esprime in un ritmo sempre controllato e sapiente. Le immagini si snodano in una progressione di semplice ma persuasiva forza evocativa, che suggerisce legami tra i protagonisti dell’incontro d’amore e gli elementi naturali che lo accompagnano, “suggestioni” ben distribuite nelle quartine e nel distico finale. 

SUGGESTIONI

 

Bionda, scioglie i nodi dei

suoi lunghi capelli nell’azzurro

che irrompe dalle finestre,

assorta, pensierosa.

 

Le rare nuvole annunciano

il sole, in questa mattina di marzo;

mi guarda: i suoi occhi sono

verdi come le prime foglie.

 

E la sedia le ha strappato

tre capelli; senza stupore li coglie,

li annoda con cura e l’intreccia.

Poi li abbandona alla

 

brezza della primavera che

mi accarezza di nuovo il viso;

camminiamo lievi nei viali alberati

per paura che un rumore rompa l’incanto.

 

Bionda, scioglie i suoi lunghi

capelli, in questa mattina di Marzo.

 

2° CLASSIFICATA SEZ. B (giovani)

 

“NE AVEVAMO GIÀ PARLATO”

di

CENTI CAROLA

 

Il linguaggio quotidiano, sottolineato dal rivolgersi ad un interlocutore quasi in maniera discorsiva, sostiene una lirica che, senza alcuna enfasi ma con abile capacità prosodica, riflette sull’impossibilità di costruire il proprio destino e sulla necessità di adattarsi a quanto è già scritto al di fuori della nostra volontà.

 

 

NE AVEVAMO GIÀ  PARLATO

 

 

Ti ricordi quando parlammo delle Parche?

 

Ho avuto la mia lezione,

 

non ci possiamo imporre al destino.

 

Ho provato a fare intrecciare i nostri fili,

 

ma il risultato è che ci siamo guardati a distanza,

 

ognuno appollaiato al suo.

 

Le nostre vite,

 

devono scorrere parallele, senza congiungersi,

 

questo, è stato stabilito.

 

Ed ora che me ne sono resa conto,

 

con le mie piccole forbici di metallo,

 

ho tagliato la linea sottile di ragnatela

 

che avevo tessuto inutilmente, per avvicinarti a me.

 

Non temere, non sarà difficile.

 

Con il passare del tempo,

 

non ti accorgerai nemmeno di avermi incrociata.

 

 

 

SEGNALATE SEZ. B (giovani)

 

 

SENZA TITOLO

 

Chiunque tu sia,

mano d’amore,

accarezzami

fino a rendermi invisibile,

perché la mia pelle

innamorata e stupita

a te si cederà senza domande.

A te che ami la nuvola

che corre nei miei occhi,

a te che nascondi il cielo

nell’incanto di una parola,

a te che fai d’un largo abbraccio

una canzone senza né tempo né timore.

Tu,

tregua di raggrumate paure,

goccia limpida nei torbidi pensieri

di un’anima tremante,

come filo d’erba che danzi

abbracciato al vento.

 

Angelica Bellabarba

 

 

 

 

“VARSAVIA”

 

Di corvi neri nugoli gracchianti

gremivano del ghetto le frontiere

sfasciando della notte sì la quiete

nell’iracondo sbattere dell’ali.

 

Strappate al cielo nero già le stelle

poi spente s’avvistavano su braccia

distese mai più su dell’orizzonte

nell’attimo fugace del saluto.

 

 

S’aprivano portelli di vagoni,

sbuffava la motrice sui binari

e la civetta inquieta strepitava

al ringhio di soldati senza fine.

 

E d’un accordo stridulo la nota

suonata come falce tra le spighe

nei vicoli scandiva poi la messe

che nei sepolcri elesse suoi granai.

 

Si confondeva all’ora del trifoglio

l’onda che muta brezza sollevava

fra lidi colorati d’un tramonto

che rosso di papavero non era.

 

Andrea Bonfiglio

 

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30/10/2009
Il Bottaccio.

 

La giuria del III Concorso Nazionale “Il Bottaccio” rende note le otto poesie finaliste:

 

 

SEZIONE A

(in ordine alfabetico)

 

“Altro non è che un lunario”

 

“Anche per noi quegli anni ebbero sogni”

 

“Frègoe de pan vècio (Briciole di pane vecchio)”

 

“La via della seta”

 

“Sperimentando gli appigli. I piccoli oggetti. I cimeli”

 

“Stamattina, ancora una morte in cantiere”

 

“Uno spezzato girotondo”

 

“4/11/1944”

 

 

SEZIONE B (giovani)

 

Le quattro finaliste:

 

 

"Ne avevamo già parlato"

 

“Suggestioni”

 

 “Senza titolo”

 

“Varsavia”

 

By Administrator.



09/11/2008
Il Bottaccio. il_lupo ha scritto:

Concorso di poesia “ Bottaccio”

Circolo Ricreativo Arci  Bonelle

Bonelle

ottobre 2008

 

 Premiazione della vincitrice Daniela Raimondi

 

POESIA INEDITA IN LINGUA ITALIANA

 

 

classificata

Daniela Raimondi –  Sermine

Geografia per comprendere il mondo

classificato

Umberto Vicaretti – Luco dei Marsi

I bambini di Cana hanno le ali stanche

classificato

Loriana Capecchi – Quarrata

Mani d’argilla – capelli di grano

classificato

Giovanni Caso – Roccafermonte

Quando calzammo sandali

classificata

Anna Natale – Centola

Muratore vorrei una casa

 

 

 

POESIA INEDITA GIOVANI

 

 

1° Class. Exequo Andrea Bonfiglio – PT

Ad Auschwitz

1° Class. Exequo Germano Ciraolo – ME

Zancle

2° classificato Francesco Jonus – RE

Mondo in nero

 

 

 

 

PENSIERI INEDITI

1° classificata

Vanna Rafanelli da Bonelle (PT)

La macchina da cucire

 

 

 

 

Geografia per comprendere il mondo

 

È uscita dalla pancia mentre io dormivo. Ci unisce la pace

l’assenza di urla, il mio pudore.

Siamo una tela di Giovanni Bellini:una vergine e un coniglio

gentile

Antonella Anedda

 

Ho ferite sul corpo,

segni, suture.

Due piccoli pozzi scavati sul fianco

dove un giorno calarono

un occhio di vetro,

un magico uncino.

 

Sul ventre ho due teneri solchi:

due esili lune crescenti

dove fecero uscire

dei bambini grassi e lucenti.

 

Non ricordo il dolore.

Dormivo in una barca di carta.

Navigavo senza memoria

astrale

la lingua di sasso.

Ignara degli schizzi di sangue

e dei ferri roventi.

 

Mi svegliai ricucita con fili di seta

Con addosso l’odore di carne bruciata

e sul seno

due figli,

umidi e vivi come gazzelle.

 

Non ricordo il dolore.

Il vento soffiava leggero,

portava una luce azzurrina sul mondo.

Daniela Raimondi

 

 

I bambini di Cana hanno le ali stanche

 

I bambini di Cana hanno le ali stanche,

baciano pietre e fango e, chiuso in petto,

hanno un soffio di vento e un canto breve.

Profondamente dormono, e i capelli

Hanno riccioli arresi sulla fronte.

 

I bambini di Cana hanno smarrito

strade vicoli e case, e più non sanno

se fa giorno o se annotta, e se le braccia

che li avvolgono adagio sono un nido

di seta, o ponte teso per la luna.

 

I bambini di Cana hanno lasciato

le scarpette spaiate e il cuore sparso

tra ferraglie e cemento, e fanno passi

silenziosi e discordi verso terre

dove il fuoco non brucia e dove il vento

non è altro che un soffio che carezza

(eppure a Cana ci fu un tempo in cui

la porpora odorava di prodigi

e il sangue dei bambini era rubino

acceso tra le stelle della notte,

miele redento e intatto alle tempeste.

Oggi le madri affrante, in Galilea,

bevono calici di sale e assenzio,

Getsemani di gridi aggrovigliati).

 

Ora il tempo è finito e, nel silenzio,

i bambini di Cana in mano serrano

sogni appassiti

e piano vanno via.

Umberto Vicaretti

 

 

Mani d’argilla-capelli di grano

 

Un corpo consegnare a fiumi d’erba

fu smania di ragazzi e inquieti uccelli

quando neve di petali spandeva

il melo dentro gli orti fatti d’aria

il tarassaco in veste di nube

ritornava a riempire ogni prato.

 

Qando sugli orli affacciata primavera

era brivido

salto di fosso

curva azzurra di vento che scendeva

a rovesciare mari di trifoglio.

 

E noi appesi a una fionda si andava

col cielo fra le braccia ad inventare

confini d’aria

cerchi di presente

ignari di futuro e di passato.

 

Mani d’argilla

capelli di grano

linfa eravamo

segreto di foglia

teneramente inutile la sfida

dietro la freccia rapida di uccelli.

 

E tutto era fermento

ascesa

volo

stordita leggerezza che trascina

e a strade polverose mette l’ali.

Loriana Capecchi

 

 

Quando calzammo sandali

 

Avemmo giorni d’allegrie e stupori,

la trottola lanciata sul mattino

e il vento delle spighe ad abbagliarci

lo sguardo senza meta, avemmo giorni

di corse per le balze e danze altere

e sillabe asciugate nei quaderni

di cenere e di soffi.

 

E i giorni misero

pensieri d’avventura nella carne

ed era bello il sole sulla vigna,

la strada bianca che lontana andava

ad altra vita. E ci sorprese l’ora

in cui lasciammo il sale delle lacrime

e ci volgemmo altrove, come uccelli

con un fardello di speranze in cuore.

 

Quanti silenzi abbiamo camminato

e gridi ed orizzonti sconosciuti

e i freddi dell’inverno e l’occhieggiare

del mandorlo d’aprile, quanti elenchi

di cose fatte e cose ancor da fare

e righi depennati e righi aggiunti

e note oscure a margine.

 

Un insieme

di sogni nel fermaglio del mistero,

questa è la vita, specola di tempo

che cerca sempre un tempo da capire,

con l’alfabeto appeso alle pareti,

quello che noi imparammo con le immagini

d’un’Oca, d’una Barca, d’una Stella

quando calzammo sandali ed era aurora

Giovanni Caso

 

 

Muratore, vorrei una casa

 

Muratore vorrei una casa

a immagine del cuore,

con gli occhi all’interno*

 

e le pareti pittate col succo

d’arancia e di limone

per far passare del sole l’oro

e l’argento delle lune nuove.

Mosaici dalle linee intrecciate

sui pavimenti rossi di fornace.

Fra le travi d’un castagno scuro

un lucernario, affinché

/in certe notti estive/

possano cadere sul mio letto stelle.

Stelle leggere come foglie o petali.

Alle finestre vetro azzurro

a ricordare acqua alghe e scogli

del mare non lontano.

Muratore costruiscimi una casa

a immagine del mondo,

con margherite bicolori

tra le tegole di terracotta.

 

 

* antico proverbio berbero

Anna Natale

 

 

Ad Auschwitz

 

Quando del gallo la cresta si erge

non di dissolve della notte il buio

laddove incede l’uomo barcollando

come bestiame verso il mattatoio.

Non brillano le stelle ma le spine

protese aguzze sopra ragnatele

tessute in fil di ferro a ricordare

come soltanto il vento può fuggire.

 

Del gelo più si temono gli artigli

che di bramose aquile rapaci

fintanto che la vita s’assottiglia

sotto le trame di pezze bagnate.

E non si cheta l’eco dei soldati

che pur dell’alba sfidano il silenzio

contando mute schiere di scampati

scherniti senza preferir lamento.

 

Nei calici della clessidra vitrea

la nenia dei granelli si ripete

frenando sì l’ascesa delle ore

lungo l’insidiosa erta del giorno.

Beffarda poi la luna si dilegua

fra le vesti cineree delle nubi

fugando ds’ogni uomo la speranza

di scorgere nel cielo dei barlumi.

 

D’una massiccia corda sfilacciata

gettata oltre la trave tentatrice

s’intrecciano due lembi tra le dita:

soltanto tre gradini, poi la luce.

Andrea Bonfiglio

 

 

Zancle

le Caronìe tue braccia

veston di ricordi

il tuo sguardo afflitto

dal moto della terra

 

arrivo e partenza

son porto di speranza

le lacrime del viso

dell’accogliente Maria

 

ogni midì il biondo gallo

sveglia di un accaldato tempo

dona un dolce saluto

all’attento e distante passante

 

il tuo volto umidiccio

per i mari che incontra

allieta i tanti abitanti

ospiti del tuo albergo reale

 

grazie regina terra

per esistere e resistere

all’indegno passo

di chi ti calpesta

Germano Ciraolo

 

 

Mondo in nero

 

Culla arcaica, benedetta dal riverbero stravagante, luna

mozzata, tracima dagli orli del torrente luminoso, ferita

sulle ondee, la luce si incolla sulle creste frizzanti spuma,

liquefatta, affonda con arroganza nella crosta cupa, viva.

 

Sogno livree di cobalto,

nel mondo senza odore.

 

I corpi grassi delle barche spanciano appena sulla marea,

sciami quasi invisibili, cercatori infaticabili, pinne affilate

sminuzzano, come argento vivente, le pozzanghere di nafta,

si intravedono guizzi occasionali di specchio, squame…

 

…e luna, manto di perle,

denti che cercano, lama…

 

…assassino, cacciatore impaziente, scorre nella dura carezza

della corrente, istinto brutale, affilato da pura necessità animale,

coagulato in forma reale, omicida invisibile, ammantato di ombre

abissali, la preda riconosce il suo viso, fugge nell’attimo cristallizzato.

 

Denti che cercano,

trovano, precisi.

 

Non c’è lotta, una candida zuffa, che non profuma di morte,

le regole di un mondo in nero, senza pietà altezzosa, stolida

compassione, le parti si rincorrono nel tempo, non c’è pausa

nella natura, la pelle candida della vita, puzza sempre di sangue.

 

Lampo di metallo,

di nuovo giù, nelle

Profondità.

Francesco Jonus

 

 

 

 

La macchina da cucire

 

Quando comprai

la macchina da cucire

non credevo che a tutto

mi potesse servire.

Quanto tempo

con lei ho passato

e mentre cucivo

con essa ho cantato.

Il suo piano di lavoro

a tutto mi è servito,

vi ho mangiato e vi ho letto

e per scrivere

è risultato proprio adatto.

Sopra di lei

quanti nomi è stato inciso

anche quello del primo innamorato,

pure da toilette mi ha sempre servito

e con lei anche il mio volto si è invecchiato.

Quando davanti a li mi son seduta

è stato sempre

per fare qualcosa;

colei sto così bene

che tutti i giorni

li passiamo assieme.

Lavorando con lei

ho pianto ed ho sognato

ma quante belle cose

assieme abbiamo realizzato.

Vanna Rafanelli

 




06/10/2008
Il Bottaccio.

I partecipanti al Concorso nazionale di poesia, che abbiamo organizzato per il secondo anno consecutivo, sono risultati cento, con relativi componimenti poetici che raggiungono la cifra di 187. L’80% dei poeti vivono e risiedono fuori dai confini della Toscana e, in particolare, provengono in gran numero da Campania e Lazio anche se dobbiamo affermare, e di ciò siamo felici, che tutte le regioni italiane sono rappresentate.

 

La giuria giudicante del 2° premio di poesia nazionale di poesia “Il Bottaccio” si è già riunita i primi giorni di ottobre fissando alcuni criteri.

La stessa giuria, composta da: Aiuti GiamPaolo, Bisconti Giuliana, Bugiani Carlo, Calderoni Lalla, Carlesi, Cenerini Giovanni, Gargini Stefano, Gemelli Anna, Giudice Serena, Grattacaso Giuseppe, Moretti Mauro, Niccolai Alda, Scarpa Donata e Trinci Giacomo, si riunirà nuovamente il giorno di lunedì 20 ottobre 2008 alle ore 17 ed il giorno di venerdì 24 ottobre alle ore 18.

La  riunione finale sarà fissata per gli ultimi giorni utili prima della premiazione!

 

Un ringraziamento, da parte del Club “La Viaccia” e “Il Bottaccio”, a tutti i poeti partecipanti ed a coloro che hanno concorso all’organizzazione permettendo questo nuovo successo di partecipazione!

By Administrator.



01/01/2008
Il Bottaccio.

Concorso di poesia “ Bottaccio”

Circolo Ricreativo Arci  Bonelle

Bonelle

ottobre 2007

 Nicola Giudice-Stefano Gargini-Giacomo Trinci-Giuseppe Grattacaso e Antonio Giudice

 

 

 

classificato

Umberto Vicaretti –  Luco de Marsi

Scrivimi che stai bene

classificato

Giovanni Caso – Siano (SA)

Appena dietro il sasso della soglia

classificato

Loriana Capecchi – Quarrata (PT)

Fanciulli

classificato

Paolo Sangiovanni – Roma

Gli embrici sparsi in cocci sul sentiero

classificato

Alberto Canfora – Roma

Abbonora

 

 

 

Segnalati con menzione dalla giuria

 

 

Alessandro Bertolino – Torino

Tifo

Mara Faggioli – Scandicci (FI)

Hacuna Matata

Maria Grazia Coianiz – Firenze

Mescolate nella coppa

Stefano Mazzacurati – Parma

Battito

 

 

 

 

1° classificato autori Bonellini

Luciano Mazzieri

L’Anima del mare

 

 

 

 

Scrivimi che stai bene

 

Lettera

 

Già sale al borgo antico un’altra luna,

in questa sera dove più non sei.

È tanto che ti cerco e aspetto un segno:

pace e perdono più non mi appartengono,

ed è ferita, questa che fa male.

Perciò ti prego, Madre

(tu che di noi già sai)

 

scrivimi che stai bene,

che il filo d’ombra acceso nei tuoi occhi

non era che il riverbero del vespro,

un guizzo breve e innocuo del tramonto.

 

Scrivi, scrivimi presto:

di te, di pà, di voi non so più nulla.

Non so se in quell’altrove,

che invera un altro tempo,

gentile c’è chi forte vi sostiene

e lieve vi dà il braccio ed apre porte

a mitigare i transiti segreti.

 

Nessuno qui più abita le stanze,

la vecchia casa sanguina di assenze,

arresa e muta grida il suo silenzio.

Eppure aspetto trepido, una sera,

dalla finestra aperta la tua voce

cercare il me bambino perso ai giochi,

superbo re dei vicoli e del vento.

 

Ma intanto che io scrosto palmo a palmo

rubini e stelle ai cieli dell’infanzia,

del tempo chiaro e indenne in cui tu vivi

prendi una rosa e scrivi,

scrivimi che stai bene.

 Umberto Vicaretti

 

 

Umberto Vicaretti e la moglie Maria 

 

Appena dietro il sasso della soglia

 

E scalzi vi ricordo dietro il sole

e le ginocchia rosse per la corsa

quando stillava un miele sulle labbra

il grappolo maturo. Ed era immenso

ai nostri occhi il cielo sulle case.

Segni di serpi e rovi sul sentiero,

foglie intrecciate per cappelli alteri,

fionde di pruno.

 

Ed era il respirare

del giorno in un fraseggio di cicale,

scrigni dorati le stagioni e i mesi

caldi di vento come è caldo il cuore

dei melograni. Ed era spiga ardente

la luna che svettava in cima al mondo.

 

Ho ritrovato in fondo al lungo viaggio

lo spirito redento di quell’ora,

le brezze dei meriggi, il lungo abbraccio

dei tralci inteneriti dal libeccio.

La luce che s’affaccia dal balcone

è bianca come allora.

 

Ah quante attese

appena dietro il sasso della soglia,

i fiori sulle logge saracene,

il tuffo d’una rondine nel cuore

e quel bisbiglio sparso dal geranio,

per un istante, prima di dormire.

 Giovanni Caso

 

 

Fanciulli

 

E ci rideva l’erba

l’aria

il fondo

di un cielo capovolto nelle fosse

azzurro una stagione. Forse neanche.

E verde un gracidare ci chiamava

Da specchi quasi in secca oltre le canne.

Soli

Nei pomeriggi magici d’estate.

Il calabrone perso in cerchi d’oro.

Bianca

la strada vuota di parole.

Pareti non aveva la campagna.

 

E il vento ci prendeva fra le braccia

sciogliendoci ogni fiocco dai capelli

rapiti uccelli

foglie vagabonde

in fuga verso poggi di lavanda.

 

Perdute le ali

resta solo il sogno

che ancora pesca al fondo nostalgie

versando a riva guizzi di rimpianto.

 

Ma il fiume adesso ha sponde di cemento

le stesse allora ariose di fanciulli

già letto di ranuncoli e verbena.

 

Scivola l’acqua senza una memoria

il vento passa muto e non rammenta.

 Loriana Capecchi

 

 

Gli embrici sparsi in cocci sul sentiero

 

Gli embrici sparsi in cocci sul sentiero

che portava da te: attraversarlo;

Attraversare buche ed acquitrini

era la mia passione. Mentre il cuore

mi batteva più forte nell’attesa.

 

La dolcezza struggente senza scampo

dei fotogrammi della nostra appena

assaporata gioventù mi assale

quando una cartolina, una canzone

mi riportano indietro. E una diversa,

forse inventata, nostalgia di te

mi crocifigge.

Torna qualche volta:

 

Forse si può con uno stratagemma

lieve d’amore ritornare.

Torna.

 

Che ti costa sederti un pomeriggio

invisibile e lenta accanto a me

per riprendere il gioco?

Nella vita

la recita finisce troppo in fretta.

Nel rattoppo di un dialogo banale.

 

Non arrivano i nostri. Mai nessuno

si ricongiunge o torna. Non si arriva

 

Nessuno o niente ci riporta indietro.

 

Tu sei murata dietro aride porte.

 

Altrove brevi tracce: Ma non tu.

 Paolo Sangiovanni

 

 

Abbonora

 

Nun ho dormito mica. Ho guasi pianto.

Mamma s’ha da spostà dar camposanto.

C’è l’aria frizzantina e sto a vedè.

La pala scava piano e s’avvicina:

ecco er vestito blè.

Eccola: è lei. Vedo er soriso

De chi pò stà sortanto in paradiso.

Mo so’ pacioso,

co la capoccia in una nuvoletta.

Ciò in braccio una cassetta

Co drento mamma in viaggio de riposo.

 

A mà. Te tengo in braccio pe fa un viaggio:

devo d’annà ar Verano.

Ma famo piano piano…

Tranquilli…Mo guardate er paesaggio.

Va bene come guido

‘sta bella passeggiata?

Che strana matinata…

Oggi ero nero. Vedi che mò rido?

So’ diventato alegro. Nun dì gnente:

parlo sortanto io.

Me piace ancora ditte: “amore mio”.

Lo dico piano…po’ sentì la gente…

Le cose che se dimo a còre a còre

te le ripeterò su ar quarto piano.

Le sentirà papà: nun stà lontano.

E se metteremo in tre a parlà d’amore.

 

Semo arivati. Mò t’ho da lassà.

Tra un po’ de tempo vengo a stà co te.

Così potremo ancora chiaccherà.

 Alberto Canfora

 

 

                   Legata con lo spago sul manubrio

la radiolina trasmetteva le partite:

‘ vecchie signore’ e ‘ tori scatenati’

si contendevano la gloria.

 

E noi ragazzi in pantaloni corti

pedalavamo come il vento,

così che la molletta e il cartoncino

potessero donarci l’illusione

d’esser, per un istante,

impavidi centauri.

 

Nel pomeriggio pigro della festa,

la voce dello speaker

copriva l’effimero ronzio

dei raggi della ruota posteriore.

 

La cronaca, in diretta dallo stadio,

distribuiva rabbia, emozioni, gioia.

Ma il gol tardava ad arrivare.

 

E nell’attesa d’esultare

od imprecare al cielo,

ci fermavamo estatici

davanti al manifesto della Fenech:

per lei, senza eccezioni,

davvero, proprio tutti, tifavamo.

 Alessandro Bertolino

 

 

Hacuna Matata

 

Conosco uomini che percorrono

strade tortuose,

sospese

tra terra e cielo,

come equilibristi sulla corda tesa

camminano carezzando gli ostacoli.

La luce del sole, nei loro occhi,

racchiudono e nelle tenebre della notte,

in silenzio, tengono il cuore in mano.

Conosco uomini che sanno volare in alto

ben oltre le cime del baobab,

non stringono in pugno diamanti

ma il loro nudo sorriso regalano al mondo

per dar luce alle aurore

di quest’oscuro millennio.

Ripetono un grido sommesso

di speranza soffuso, come tatuaggio

nell’anima inciso:

 

       “Hacuna Matata” – “Non c’è problema”

 

“Hacuna Matata” è questo il tam-tam

che trasmettono al mondo,

è questa la loro bandiera,

vessillo iridato di pace e d’amore.

 

Ed è là, dove il sole all’orizzonte s’inchina

a baciare la terra africana e la memoria

sanguina e grida lo strazio di un travaglio

che ha sconquassato la vita,

dove il vento culla il pianto dei bambini

dagli occhi immensi come la loro fame,

là, questi uomini hanno lasciato il loro sorriso

scolpito nel sogno di un mondo migliore.

 Mara Faggioli

 

 

Mescolate nella coppa

 

Mescolate nella coppa del ricordo

tutte le fobie

sprigionano aromi fruttati

dal gusto un po’ aspro.

Cedono gli strappi

ricuciti con fili di pianto

aspettando il dovuto

gratificante futuro.

Insicura ancora

e con le mie paure sola

ma senza lacrime superflue

scompongo e analizzo

classificando accetto

e liberamente bevo.

Reggo bene il vino

e gli sbagli del passato.

 Maria Grazia Coianiz

 

 

 

 

 

 

Il medico il prete il tempo i secondi che avevano

sete…

 

quando vidi volare i miei anni

come fossero roba da chiodi

l’anima prese i suoi panni

la vergogna l’orgoglio i suoi modi.

 

Adombrarsi le mie primavere

ricontarsi come un rosario

il dolce e l’amaro mischiati lontano

dal mio zero fin su al questo piano

dove smontano già del calvario

la mia croce che cede il suo turno

 

quando vidi volare i miei anni e salire con fumo notturno

leggeri, più in alto, leggeri agli scranni di corpi perfetti

 

colorarsi di musiche nuove

le carezze lo sperma il mio sangue

rinnovarsi nel mio chissà dove

i morsi gli sputi le corse gli sforzi

la saliva di baci perduti, i rimpianti le gioie i rimorsi

il cervello snodare i ricordi, uno per

uno, più belli più

veri, tornati da un angolo in pellegrinaggio

a vedere chi c’era là fuori

a chiuderli sempre a fare miraggio

l’aria la luce le ombre gli odori

 

quando vidi volare i miei anni vidi chiaro che volevo parlare, ma

 

l’anima prese i suoi panni

e mentre profondo s’immerse in un mare

 

ce la feci soltanto a vedere come appannati da dietro una rete

 

il medico il prete il tempo i secondi che avevano

sete.

 Stefano Mazzacurati

 

 

L’anima del mare

 

Cosa pensa il mare quando tace sornione,

con quell’aria un po’ distratta di chi si estrania

e se ne sta quieto ed immerso

nella culla a dondolo del proprio riposo;

quando si sveglia all’improvviso e si agita

con la smania dei bambini che scendono da un lungo sonno

e rincorrono la loro ombra.

Cosa dice il mare quando esplode forte e

urla la sua rabbia,

e rompe la linea dolce del suo orizzonte;

quando conquista il cielo e cattura le nuvole,

quando seduce il vento, si bagna d’acqua

e si ammanta di bianco e di nebbia.

Cosa sente il mare quando si guarda intorno

in cerca dei suoi limiti, e non li trova;

quando si perde nella sua grandezza e si rincorre impaurito

fino a rifugiarsi nei lontani scogli del suo pensiero.

Cosa sogna il mare quando aspetta le tenebre

e si ricopre di madreperla;

quando si nasconde furtivo, come un ladro nella notte buia

e ti strizza l’occhio con il riflesso argentato della luna.

Cosa sussurra il mare quando il suo gioco è danza,

furore e pazzia, estasi e voluttà, forza e

irruenza, luce, colori e…tutto,

quando possiede tutto e si muove affannato

a cercare il niente.

 Luciano Mazzieri

 

 

 Luciano Mazzieri

 

 

 

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